29 Ottobre 2015

“29 Ottobre 1949 – Eccidio di Melissa: Per non dimenticare”

1943 – 1949 I contadini con le loro lotte spezzarono il latifondo e diedero avvio ad un nuovo percorso della storia della Calabria e del Mezzogiorno

Articolo di Giuseppe Mangone, Presidente ANPA – LiberiAgricoltori Calabria

Non sarà mai abbastanza quello che potremo, fare per rendere omaggio ed esprimere riconoscenza a tutti coloro che nel corso della storia si sono battuti e si battono contro ogni regime, per la democrazia e la libertà. Questi stessi sentimenti vanno rivolti a tutti i contadini e braccianti, uomini e donne che, soprattutto nell’ultimo secolo, hanno combattuto per la terra, per eliminare i residui feudali che fino a tutti gli anni ’50 hanno fortemente caratterizzato i rapporti agrari nelle campagne, soprattutto nelle regioni del mezzogiorno, dove era presente consistentemente il latifondo.

Le lotte di occupazione delle terre, per la loro messa a coltura e il successivo avvio delle trasformazioni agrarie, nel mezzogiorno, possono essere considerate in tre periodi fondamentali. Il primo è quello delle lotte cosiddette spontanee del 1943/44 che si rifanno sia alla tradizione dell’esercizio dei diritti di uso civico, sia all’esempio delle occupazioni dei reduci del primo dopoguerra. La Calabria, in questo periodo, presenta gravissimi problemi economici: la disoccupazione e l’aumento vertiginoso dei prezzi, le difficoltà serie nel reperimento dei generi di prima necessità, le poche industrie inattive, la crisi dell’edilizia per lo scarso materiale da costruzione, i trasporti completamente inefficienti e disastrati, un fiorente mercato nero e una robusta speculazione. La fame, per i ceti popolari delle città e delle campagne, non è soltanto uno spettro da scongiurare ma, da qualche tempo, è, ormai, una tragica realtà con la quale fare i conti quotidianamente. I conflitti sociali più acuti sono, però, provocati dalla particolare distribuzione della proprietà terriera, dai rapporti di produzione, dalle condizioni di vita e di lavoro delle masse contadine che in determinate zone della regione creano uno stato di malessere profondo. A ciò si aggiunge l’abnorme distribuzione della proprietà fondiaria con le inevitabili ed intollerabili disparità e disuguaglianze sociali da essa generata. La presenza delle immense estensioni del latifondo, molto spesso incolte o mal coltivate o, comunque, non utilizzate a fini produttivi, costituisce una vera e propria offesa nei confronti di migliaia di contadini poveri e senza terra alla disperata ricerca di mezzi di sussistenza e di sopravvivenza, gravati da una spaventosa miseria. Al lato del latifondo esiste una polverizzazione estrema, una dispersione enorme di piccolissime proprietà particellari e di appezzamenti di terra ridottissimi e per nulla sufficienti a soddisfare il fabbisogno familiare. Questi fattori possiamo considerarli decisivi per l’esplodere delle lotte contadine, la loro propagazione e, per certi aspetti, il loro stesso carattere. La prima regione a muoversi è la Calabria. Subito dopo l’armistizio, i contadini di Casabona partono per l’occupazione delle terre del Barone Berlingieri. Nei giorni successivi, ad essi, si aggiungeranno i contadini dei comuni vicini: Strongoli, Melissa, S. Nicola dell’Alto e Cirò. Nella primavera e nell’autunno del 1944 si avrà una intensificazione delle occupazioni in tutti i comuni del Marchesato. Fausto Gullo, calabrese e Ministro dell’agricoltura, si fa interprete e affronta la grave situazione emanando, da ottobre 1944 ad aprile 1945 6 decreti. Il primo riguarda il pagamento dei canoni di affitto in natura.

Con esso viene riconosciuto all’affittuario un compenso per le maggiori spese colturali pari alla metà del prezzo del grano e dell’orzo da trattenersi al momento del conferimento all’ammasso. Il secondo decreto riguarda la disciplina dei contratti di mezzadria impropria, colonia parziaria e compartecipazione. Con esso vengono modificate le quote di riparto dei prodotti e degli utili ricavati dal fondo assegnando un quinto a favore del concedente e quattro quinti al colono o compartecipe. Se si considera che precedentemente la ripartizione assegnava soltanto la metà, un terzo o anche meno al colono, ci si può immaginare il rivolgimento che questo decreto determinava nella contrattazione agraria nel mezzogiorno. Contro la minaccia dei concedenti di licenziamento nei confronti degli affittuari e dei coloni che applicavano i due precedenti decreti venne emanato, successivamente, quello della proroga dei contratti agrari che li garantiva da ogni disdetta. Altri due decreti importanti ma scarsamente applicati sono stati: quello sul “divieto di subaffitto dei fondi rustici” e quello sugli “usi civici”. Fra i sei decreti Gullo il più importante fu quello sulle “terre incolte”. Fausto Gullo, con questo decreto, rifacendosi alla necessità della produzione nazionale, concede in coltura alle Associazioni dei contadini, regolarmente costituite in cooperative o altri Enti, i terreni di proprietà privata o di Enti pubblici che risultino non coltivati o insufficientemente coltivati. L’opposizione degli agrari all’applicazione dei decreti fu dura ma essa stessa contribuì ad estendere le lotte e il movimento. Per le Organizzazioni contadine, i decreti furono strumenti di lotta formidabili e, seppure con tutti i limiti congiunturali, aprirono la prospettiva di tempi nuovi che la caduta del fascismo e la vittoria delle forze democratiche facevano ritenere vicini. Con la conquista della pace e dopo le elezioni amministrative e politiche del primo semestre del 1946 si ha il secondo periodo delle lotte organizzate a iniziativa delle direzioni provinciali e regionali del movimento operaio: partendo dai decreti Gullo, si arriva man mano alla prospettiva più avanzata della riforma agraria generale che viene solennemente proclamata nella grande assise nazionale della “costituente della terra” del dicembre 1947 che rappresenta anche il momento unificante delle varie iniziative regionali. Nell’autunno del 1946 il movimento per la conquista della terra fa un grande passo in avanti estendendosi, oltre la Sicilia e la Calabria, anche in altre regioni come la Sardegna e la Basilicata. In Calabria alla fine del 1946, pur in presenza dell’accentuazione della reazione poliziesca da cui scaturì l’arresto di tanti contadini e l’incriminazione dei dirigenti delle lotte più in vista, il consuntivo è positivo. La superficie richiesta aveva superato i 40 mila ettari, quella occupata 25/30 mila ettari, mentre quella effettivamente concessa era stata di 22 mila ettari. Nell’autunno del 1947, dalle lotte fino ad allora sviluppate e dall’irrigidimento su posizioni più conservative del padronato agrario, conseguente alla esclusione dei partiti di sinistra dal governo di unità nazionale e tendente a mettere in discussione le conquiste già realizzate, nasce l’esigenza di muoversi per la realizzazione di una riforma agraria. Su tale aspirazione si costituisce la “Costituente della Terra” la cui assemblea si tiene a Bologna il 21 dicembre del 1947. Indicando l’obiettivo della riforma agraria generale, essa si poneva come punto d’arrivo delle precedenti lotte e agitazioni per la terra e insieme come punto di partenza delle iniziative e delle lotte ancora necessarie per la sua effettiva e stabile conquista. Ma ancora in questa fase il confronto sui problemi dell’agricoltura si concentrò sulla distribuzione della terra e sui contratti agrari trascurando del tutto gli aspetti riguardanti il ruolo dell’agricoltura nello sviluppo economico del paese, le direzioni dello sviluppo agricolo, il progresso tecnico, l’attenzione al mercato. Per tutto il 1948 e nella primavera-estate del 1949, nel clima infuocato della campagna elettorale, continueranno le iniziative del movimento che raggiungeranno il punto più alto nell’autunno-inverno del 1949/50. Ma nel frattempo, la divisione del mondo in blocchi contrapposti scaturita dalla guerra, aveva già determinato una divaricazione profonda tra le forze antifasciste del nostro Paese. L’applicazione stessa della Costituzione, elaborata dalla costituente, nelle parti più autenticamente riformatrici, scaturite dal compromesso politico tra le componenti di ispirazione cattolica e marxista, subì forti rallentamenti. L’articolo 44 della Costituzione che aveva definito dei principi dell’azione pubblica in agricoltura venne meno, quando si trattò di passare alla traduzione legislativa di tali principi. In questo contesto, gli agrari avevano conseguito maggiori protezioni e sostegni tali da scatenare una più forte reazione verso quel movimento di lotta che aveva conquistato, ormai, una sua maturità democratica che non aveva più un carattere ribellistico e insurrezionale, né era diretto da altri ceti e poteri dominanti ma, si svolgeva sul terreno democratico della tutela legale di diritti costituzionalmente garantiti. Queste caratteristiche aveva l’occupazione, da parte dei contadini di Melissa, delle terre demaniali di Fragalà usurpate dal barone Berlingieri. Eppure su di loro si abbatterono i colpi delle mitraglie dei reparti speciali della celere quel tragico 29 ottobre del 1949, lasciando sul campo i corpi di Giovanni Zito e Francesco Nigro mentre Angelina Mauro morirà pochi giorni dopo nell’ospedale di Crotone. L’eccidio di Melissa scuote le coscienze di tutto il Paese, si determina la più ampia solidarietà del mondo della cultura che avvia una forte campagna di denuncia sulle insopportabili condizioni del mezzogiorno. Il 15 novembre il Consiglio dei Ministri annuncia la decisione di presentare in Parlamento un primo provvedimento di riforma fondiaria. Con l’eccidio di Melissa, inizia il terzo periodo delle lotte contadine che durerà fino alle prime leggi agrarie (Sila e Stralcio), nel corso del quale le occupazioni delle terre si estendono a tutte le regioni meridionali. In ognuna di esse operai e contadini pagheranno un enorme tributo di sangue. Nel solo Mezzogiorno dal 1948 al 1954 (senza contare gli eccidi avvenuti prima, soprattutto in Sicilia, Calabria e Puglia) vi furono 40 caduti, 1614 feriti, 60.000 arrestati di cui 21.000 condannati a 7.002 anni di carcere ai quali si devono aggiungere 18 ergastoli. La legge Sila e la legge Stralcio, approvata nel 1950, dovevano essere dei provvedimenti propedeutici alla riforma agraria generale. Ma nei fatti, esse rappresentano il consolidamento della politica agraria moderata della Democrazia Cristiana con l’abbandono definitivo della prospettiva della riforma agraria così come era stata posta dalla sinistra nel periodo della ricostruzione. Proprio in ciò, d’altra parte, risiede la motivazione principale del voto contrario da parte delle sinistre. La legge Sila e la legge Stralcio, infatti, limitarono l’intervento di esproprio solo ad alcune zone dove più forte era la concentrazione della proprietà fondiaria e la pressione contadina sulla terra. Le zone selezionate per l’intervento erano tutte tra le più estensive che l’agricoltura presentasse. Il criterio che si seguì, fu quello di accontentare il maggior numero di richieste e, a tal fine, si istituirono le quote e, molto spesso, si sottodimensionarono i poderi. Malgrado ciò, però, le assegnazioni furono molto inferiori alle richieste. A fronte di 38 mila domande, furono selezionate 25 mila famiglie considerate Idonee per partecipare all’assegnazione. Ma la terra fu effettivamente assegnata soltanto a 18 mila famiglie. Il totale della superficie della terra assegnata fu di 76 mila ettari. Di questi 61 mila ettari furono destinati alla costituzione di 11 mila poderi e 14 mila e 500 ettari furono assegnati a 7 mila e 500 quotisti. Il comprensorio di riforma si estende su 573 mila ettari di cui 545 mila di SAU. In esso, Rossi Doria individua 4 zone omogenee dal punto di vista socio-economico: • L’altopiano silano per 170 mila ettari • Il marchesato di Crotone per 130 mila ettari • Le terre di futura irrigazione della bassa valle del Neto ed in parte della piana di Sibari • Quella vastissima e varia, tra collinare e montana, che gira tutto intorno all’altopiano silano, da Squillace alla Sila Greca e alle pendici orientali della piana di Sibari. In queste zone si realizza l’azione dell’O.V.S. per la creazione delle infrastrutture e delle opere di miglioramento fondiario. Gli investimenti furono destinati, soprattutto, verso la costruzione di case sparse, tranne che in Sila dove si preferì concentrare le case creando piccoli centri ed, inoltre, per la costruzione di strade interpoderali ed extrapoderali, acquedotti ed elettrodotti. L’insediamento è stato particolarmente intenso nelle zone del Crati, del Neto e del Tacina, dove l’esistenza dei terreni irrigui ha permesso una rapida intensificazione delle colture ed ha richiesto la presenza contadina sul suolo. Nelle zone collinari asciutte, viceversa, sia per il persistere delle colture di tipo estensivo, sia per la scarsa ampiezza delle aziende assegnate, l’insediamento fu più limitato. Per quanto riguarda le opere irrigue vi è da dire che esse hanno ricoperto solo una minima parte delle terre espropriate, sono state eseguite con notevole ritardo e sulla base di un criterio fortemente selettivo. Infatti, si è subito intervenuto nelle zone di Sibari e della basse valle del Neto, mentre scarsissime sono state le superfici rese irrigue nelle zone collinari e nel marchesato di Crotone. Proprio in quest’area la mancanza di acqua si è fatta particolarmente sentire perché, mentre nelle zone collinari la provvisorietà delle aziende di riforma era, in qualche modo, programmata, qui i piani di trasformazione puntavano esplicitamente sulla possibilità di utilizzare l’acqua. Il risultato nel breve periodo è stato che la coltura prevalente ha continuato ad essere il grano e, comunque, quella cerealicola, insufficiente, per le ridotte dimensioni delle aziende, ad assicurare redditi decenti e ad impiegare la forza lavoro del solo assegnatario; per non parlare di quella della famiglia. Molte case, perciò, sono abitate solo nei periodi di maggiore intensità dei lavori agricoli, ed elevato è il numero delle case abbandonate o mai occupate. Gli interventi relativi alla rete viaria hanno portato alla realizzazione di opere più durature nelle zone di appoderamento di pianura e dell’altopiano silano mentre, nelle zone argillose di collina, la viabilità interpoderale è stata limitata al riattamento di vecchie piste, spesso soggette all’erosione delle acque. La precarietà dell’azienda contadina ha influito anche sulla destinazione delle opere nel campo della fornitura di acqua potabile ed elettrificazione. Qui, l’attività dell’Ente è stata concepita più al servizio degli agglomerati urbani che della rete aziendale dei poderi. Questo aspetto si è accentuato man mano che la Cassa per il Mezzogiorno ha affidato in concessione all’Ente la realizzazione di grandi opere che dovevano risolvere alcuni dei più urgenti problemi dell’approvvigionamento idrico della regione. E’ così che in questo campo le finalità della riforma sono passate in secondo piano. Non solo la costruzione di acquedotti è stata limitata ma, spesso, non si è fatto nemmeno l’allacciamento diretto alle case coloniche. Anche nel campo dell’elettrificazione, la costituzione di una rete di distribuzione al servizio della colonizzazione è posta in secondo piano rispetto agli elettrodotti di bonifica. Parallelamente agli interventi per la creazione delle infrastrutture necessarie all’insediamento, procedevano i lavori di messa a coltura e sistemazione idraulico-agraria dei terreni assegnati, resi necessari dalla loro cattiva qualità e dallo stato di degrado e disordine idraulico in cui la maggior parte di essi si trovava. Mentre le zone collinari erano soggette a frequenti frane e smottamenti per la mancanza di canali di scorrimento delle acque piovane, i terreni di pianura l’inverno erano spesso sommersi dalle acque stagnanti. Anche la somma spesa in questi lavori è modesta in rapporto alle cifre spese per la colonizzazione, ove si consideri che solo una notevole intensificazione colturale poteva garantire un minimo di stabilità a molte delle aziende create. Nell’azione rivolta all’intensificazione produttiva l’Ente scelse vari ordinamenti più o meno intensivi, a seconda degli ambienti e delle possibilità di sviluppo delle unità aziendali assegnate, selezionando, anche in questo campo ed influenzando l’orientamento futuro degli assegnatari. Così, fin dall’inizio della sua attività, l’Ente aveva istituito tre aziende dimostrative, rappresentative dei vari ambienti del comprensorio che fornissero indicazioni sugli ordinamenti produttivi da estendere alle aziende di riforma. I risultati conseguiti, però, furono scarsamente divulgati presso i tecnici della colonizzazione. Le aziende rappresentative che avrebbero potuto fornire indicazioni utili, in pratica, furono così utilizzate solo per la produzione di materiale vivaistica. A fronte dell’intervento di riforma complessivamente considerato, l’azienda coltivatrice fino al 1961 mostra incrementi superiori alla media nazionale mentre dopo tale data denota una vitalità molto scarsa. Le vecchie aziende a salariati, invece, alleggerite dei rami secchi e dotate di capitali con le indennità di espropriazione, consolidano la loro posizione economica. Ciò rende evidente come la riforma in un primo momento ha agito per la stabilizzazione di forza lavoro bracciantile e contadina nelle campagne mentre in una seconda fase ha operato per la ristrutturazione capitalistica del settore agricolo. Le conseguenze della riforma sul mercato del lavoro sono state: in un primo tempo il contenimento della popolazione nel comprensorio che diventa un polo di attrazione nei confronti del resto della regione. Successivamente, quando l’azione dell’Ente diventa più selettiva, si evidenzia un esodo dal settore agricolo verso l’industria e verso l’occupazione precaria nel ramo delle costruzioni e delle piccole attività commerciali. Nel campo dell’assistenza finanziaria, posto che una delle caratteristiche più negative dell’ambiente prima della riforma era la mancanza di capitali delle aziende coltivatrici, si possono individuare due fasi: una prima nella quale si concede l’assistenza a quasi tutte le aziende di riforma, con caratteri mutualistici, una seconda nella quale si preferì sostenere solo le aziende più vitali. Con l’annata agraria 1957/58, infatti, le condizioni per la concessione del credito di esercizio mutarono radicalmente: il credito non fu più accordato a prezzi di favore e senza interessi, ma veniva concesso un credito condizionato all’acquisto di prodotti della Federconsorzi. In questo modo si portò avanti l’azione di selezione tra gli assegnatari. Discriminando il credito, oltre a favorire una maggiore penetrazione del capitale monopolistico nelle campagne (attraverso la concessione di credito da parte della Federconsorzi), si operò una netta selezione tra le aziende, emarginando sempre più quelle che non avrebbero potuto adattarsi alle nuove esigenze produttivistiche del mercato agricolo. L’iniziativa dell’ente al servizio degli assegnatari, a metà degli anni 60, possono essere considerate pressocchè concluse. Resta la gestione dei rapporti finanziari per il pagamento delle rate da parte degli assegnatari, confinata nel servizio fondiario dell’ente. Dal 1965 in avanti all’Opera Sila vennero affidati compiti di sviluppo dell’agricoltura regionale e la sua attività si concentrò sulla creazione di cooperative specializzate alle quali aderivano assegnatari ma, soprattutto, coltivatori diretti non assegnatari. Tali Organismi operarono soprattutto nel settore lattiero caseario, vinicolo, olivicolo e ortofrutticolo, mediante la gestione di impianti di lavorazione e conservazione con potenzialità produttive varie. La gestione di queste strutture, successivamente, è rimasta in mano all’ente e molte di esse lo sono tutt’ora, determinando nel bilancio dello stesso perdite ingenti; finanziamenti che vengono sottratti agli investimenti produttivi nel settore agricolo. Ma questo fa parte del dibattito attuale. In conclusione, tornando alla riforma, ritengo si possa affermare che seppure con tutti i limiti essa diede un colpo durissimo alla rendita fondiaria nelle sue espressioni più consistenti e sgombrò il terreno di gran parte degli intralci strutturali che avevano ostacolato il cammino dell’Italia sulla strada della sua trasformazione in un Paese industriale maturo. Da quel grande fenomeno sociale e politico che fu il movimento contadino meridionale e nazionale del dopoguerra e, in particolare dalle lotte del 1949/50, trasse origine un processo di trasformazione, del quale si può discutere la dimensione, ma non negarne la incidenza. Il latifondo meridionale, come ordinamento produttivo, ne fu investito frontalmente e ne uscì quasi interamente distrutto. Contemporaneamente, il blocco agrario che del latifondo era l’espressione sovrastrutturale, scomparve di scena, cioè si dissolse come entità economica e sociale e andò in frantumi come potenza egemonica della vita politica e culturale. La trasformazione incise sui rapporti di proprietà, ma determinò soprattutto nuove forme di aggregazione sociale nelle campagne. Pensiamo a quanto avvenne nell’area cattolica con la nascita della Col diretti e al processo che si sviluppo nella sinistra circa le forme di organizzazione della rappresentanza: dalla Federterra alla nascita dell’Alleanza nazionale dei Contadini nel 1955 e della Confederazione Italiana Coltivatori nel 1977. La nascita della Confcoltivatori come Organizzazione autonoma da partiti governi e sindacati, Sotto la guida di Giuseppe Avolio, segnò la conclusione di una lunga fase di incertezza e l’avvio di una elaborazione moderna di proposte di politica agraria a livello nazionale ed europeo. Nel periodo post riforma fino agli anni 80 la politica italiana è stata caratterizzata dal cosiddetto intervento a pioggia. Ad esso si aggiunge la PAC protesa a conseguire prima l’incremento della produzione e, successivamente, in fase di surplus produttivo, attraverso l’intervento sui prezzi e i ritiri, una stabilizzazione dei mercati. Negli anni 80 il costo delle politiche protezionistiche si è rivelato non più sopportabile, soprattutto da parte del bilancio della Comunità. Le contraddizioni dello sviluppo conseguito sono venute avanti prepotentemente nell’impatto con l’ambiente e la salute dei consumatori. Da qui, oggi, la necessità di recuperare un consenso sociale verso l’agricoltura e gli agricoltori per il nuovo, inedito ed insostituibile ruolo che essi hanno proprio nella preservazione e difesa dell’ambiente e del territorio, per la qualità dei prodotti, per la sicurezza alimentare. In una parola, per l’esercizio della multifunzionalità nei nuovi contesti territoriali che è sempre più una delle condizioni fondamentali per vincere la competizione nell’era della globalizzazione.

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