In Calabria non servono centrali nucleari

15 marzo 2011

Articolo di Giuseppe Mangone, presidente ANPA Calabria

In questi giorni, in sede europea, si sta intensificando il dibattito sulla riforma della Politica Agricola Comunitaria per il 2013/2020. Al centro di questo dibattito vi è il tema di come l’agricoltura può e deve contribuire per vincere le sfide dell’aumento della produzione di cibo, necessaria per sfamare tutta l’umanità e dell’incremento di servizi ambientali per ridurre l’impatto ambientale delle attività produttive e contribuire alla lotta al cambiamento climatico. In questo contesto si pone come prioritaria la questione della produzione dell’energia, considerato che, nella situazione attuale, essa è responsabile per oltre il 60% delle emissioni di gas serra sul pianeta. La catastrofe che si è verificata in Giappone dimostra quanto il territorio possa essere vulnerabile anche in quelle realtà dove l’azione della scienza ha determinato progresso e sviluppo di tecnologie tali da poter considerare al sicuro territori e società di fronte allo scatenarsi della forza avversa della natura, come nel caso dei terremoti. Certamente l’uomo non deve rassegnarsi e speriamo che nelle prossime ore, anche con l’aiuto degli scienziati americani, si possa riuscire a raffreddare il nocciolo della centrale atomica di Fukushima ed evitare così che la catastrofe diventi ancora più spaventosamente grande di quella che è già. Di fronte a questo scenario, è veramente incomprensibile la sicurezza con la quale molti si dichiarano d’accordo con la scelta di puntare sul nucleare sostenendo, solo per ragioni politiche e di schieramento, le scelte compiute dal governo che, secondo la denuncia del Partito Democratico, avrebbero già portato alla definizione di 52 siti in Italia di cui ben 4 in Calabria. Il ministro dell’ambiente si è affrettato a ribadire che “l’Italia non cambia la sua strategia” favorevole al nucleare e che nell’individuazione dei siti saranno esclusi quelli ad elevato rischio sismico. In Calabria, secondo quanto denunciato dai parlamentari del PD, i siti individuati sarebbero: area costiera di Sibari (Cosenza); la zona costiera tra il fiume Nicà e la città di Cosenza; la zona costiera ionica vicino alla foce del Neto ( Crotone), a nord di Crotone (Marina di Strongoli, Torre Melissa, contrada Tronca); la zona costiera Ionica in corrispondenza di Sellia Marina, tra il fiume simeri e il fiume Alli (Catanzaro). Fermo restando che il territorio calabrese è tutto fortemente interessato dal rischio sismico, specificamente per quanto riguarda i siti indicati, c’è da considerare che essi rappresentano le aree a maggiore vocazione turistica e agricola e che su di esse la regione ha puntato per incentivare le imprese ad investire in tali settori, attraverso le risorse previste dalla programmazione regionale (POR,PSR, Ecc.). Ad esempio, tra il fiume Alli e il fiume Simeri, sono operanti due grandi villaggi turistici (Valtur e Floriana), diverse centinaia di residenze estive di proprietà di cittadini che risiedono in altre regioni italiane e all’estero, decine di lidi balneari. Inoltre, sono in via di completamento i lavori di un grande albergo per mille posti, e sono stati appaltati i lavori per un porto turistico. Infine, proprio nell’area indicata, vi sono alcune aziende che producono ed esportano, sul mercato nazionale e internazionale, i prodotti di eccellenza dell’agroalimentare Calabrese. È facile immaginare l’effetto dirompente che in una realtà simile potrebbe avere la costruzione di una centrale nucleare, rispetto all’agricoltura e al turismo e all’occupazione diretta e indotta che questi settori generano. C’è da aggiungere che una scelta di questo tipo, nei fatti, cancellerebbe drasticamente gli sforzi che in Calabria si stanno compiendo attraverso l’impiego delle risorse previste dal programma regionale sullo sviluppo rurale, secondo pilastro della Politica Agricola Comunitaria. Proprio in questi giorni, i Gruppi di Azione Locale (GAL), stanno presentando i programmi ai quali seguiranno i bandi e successivamente i progetti delle imprese e degli enti locali. Lo sviluppo della Calabria può essere conseguito prima di tutto attraverso la valorizzazione di tutte le sue risorse: agricoltura, artigianato, turismo, beni culturali e ambientali. In particolare, per la tipologia del territorio (90% collina e montagna e solo 10% pianura), con moltissime entità territoriali più marginali, bisogna continuare a scommettere sullo sviluppo rurale. Esso è lo strumento idoneo per conservare valori ambientali importantissimi la cui salvaguardia dipende dalla presenza dell’uomo e da un’attività agricola capace di offrire allo stesso tempo sostegno economico e servizi ambientali. In queste aree occorrono investimenti adeguati per arginare i fenomeni di spopolamento e degrado ambientale. Tutto ciò, si potrà ottenere favorendo un’attività agricola rispettosa dell’ambiente, capace di valorizzare le realtà territoriali ma, anche, attraverso azioni più incisive nella promozione della diversificazione delle economie locali, al fine di favorire un ruolo sempre più attivo delle aree rurali nella prestazione di servizi economici e sociali, da parte di tutte le componenti dell’economia rurale. Per una volta, questa nostra regione deve essere lasciata libera di scegliere le strade più utili al suo riscatto e al suo sviluppo economico e sociale. È venuto il momento di adoperarsi con tutte le forze per sconfiggere l’atavica concezione di tutte quelle forze che pensano che la Calabria, dopo aver saltato la fase industriale, oggi possa essere la pattumiera d’Italia, recependo scarti e scorie di uno sviluppo che è stato conseguito altrove.

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